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SEMPLICE ED EFFICACE

Sembra che, in origine, l'arte di Dong Hai Chuan si chiamasse Zhuan Zhang, "Palmi che ruotano vorticosamente", o Chuan Zhang, "Palmi che penetrano". La tecnica non doveva essere particolarmente raffinata, se, come si narra, il fondatore della scuola insegnava soltanto il primo e, forse, il secondo "Cambio di Palmo".
Troppo limitativo? Niente affatto.

 

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AUTOREVOLI PARERI

Il Maestro Guo Yunshen, esperto nello Xing Yi Quan, visse, per un certo periodo della sua vita, facendo il cacciatore di taglie. A causa di ciò, ebbe modo di maturare un'esperienza diretta del combattimento reale. Si narra che il suo soprannome, "La Divina Mano Frantumatrice", gli sia derivato dal fatto d'aver ucciso, con un violento pugno al capo, un fuorilegge, un certo Dou, prima che quest'ultimo riuscisse a puntargli contro la sua pistola.
Guo Yunshen trasmise ai propri allievi un sistema di combattimento assai complesso ed articolato, che faceva ricorso ad una tecnica sofisticata e, com'è d'uso nel Wushu, a sequenze di movimenti che mimavano una colluttazione. Ciò nonostante, soleva dire che "le cose che hanno una forma, e che vengono attuate in modo cosciente sono tutte false...." e che "...soltanto la tecnica compiuta senza intenzione può raggiungere un livello eccelso, manifestandosi come un atto raro, straordinario...".
Molti allievi di Guo Yunshen divennero, a loro volta, stimati combattenti, ed uno d'essi, Sun Lutang, compose, persino, un dettagliato testo per descrivere il metodo Xing Yi. Una copia di questo libro, che posseggo nell'originale cinese, reca numerosi disegni e fotografie, che illustrano i colpi e le pose della disciplina.
Nulla di tutto ciò apprese, invece Wang Xian Zhai, l'ultimo allievo di Guo Yunshen. Ricevette, invece, un severo addestramento nel Qigong, praticando strenuamente degli esercizi molto semplici, ed imparò a combattere in modo assai diretto, senza far ricorso a delle tecniche definite.
Con questo sistema, potè compiere straordinari progressi: a soli tredici anni fu ingaggiato, come istruttore, presso un'agenzia che forniva personale addetto alla sicurezza di personaggi altolocati ed alla custodia di valori. Wang s'era conquistato l'incarico affrontando dei combattimenti reali. Più tardi, sconfisse alcuni tra i più abili combattenti del suo tempo, raggiungendo una vasta popolarità.
Dal momento che il suo sistema differiva, in modo evidente, da quello seguito dai suoi antichi compagni di corso, decise di chiamarlo Yi Quan, il Pugilato della Mente. Il maestro Wang non amava proclamare altezzosamente i suoi gradi, com'è, attualmente, in uso nelle scuole di Wushu, anzi, cercò, persino, di abolire la gerarchia nelle arti marziali e, finchè visse, fu riluttante ad accettare il titolo di caposcuola. Non vestiva uniformi sgargianti, e non vantava un numero incalcolabile di tecniche mirabolanti come specialità esclusiva della sua disciplina. Una lezione di Yi Quan, ancor oggi, appare molto essenziale ed assai poco accattivante: parecchio lavoro interno, tuishou e combattimento duro, istintivo, senza regole.
Non ci sono delle tecniche vere e proprie, in questo peculiare stile, solo principi relativi all’uso dell’energia psicofisica.
Ai tempi del maestro Wang, le arti marziali cinesi erano in declino. Esistevano migliaia di discipline diverse, ciascuna delle quali vantava una grande tradizione. Le varie scuole avevano esplorato tutti gli aspetti tecnici del combattimento a mani nude o con armi bianche, dando vita a dei sistemi di lotta complessi, eleganti e, potenzialmente, invincibili. Ma, nelle competizioni come sui campi di battaglia, i cinesi risultavano, spesso, sconfitti dai loro avversari stranieri. Qualcosa, nei pur affascinanti metodi del Wushu, non funzionava.
Wang Xian Zhai comprese che il difetto delle arti marziali consisteva nell’esasperata ricerca tecnica, che aveva relegato in una condizione d’inferiorità gli elementi forse più importanti della preparazione al combattimento: lo sviluppo delle facoltà sensoriali, la conoscenza delle risposte istintive individuali ad una situazione di pericolo, il controllo delle proprie risorse fisiche e mentali nell’ambito di situazioni estreme…
Il Maestro giunse al punto di disprezzare apertamente, in un suo scritto, l’aspetto tecnico del Wushu, ed, in una celebre intervista ad un quotidiano di Beijing, criticò, senza veli, le inattendibili discipline dei suoi tempi.
Ma Wang Xian Zhai non si limitò alle parole: sconfisse un campione del mondo di boxe, l’ungherese Engle, non solo al primo round, ma, addirittura, al primo colpo. Il pugile occidentale descrisse, più tardi, la sua esperienza come qualcosa di drammatico, sostenendo che il colpo del suo antagonista cinese l’aveva percosso con l’intensità d’una potente scarica elettrica.
Fino ad un’età piuttosto avanzata, il maestro Wang invitò gli esperti di qualunque arte marziale a confrontarsi con lui. Non perse mai una sfida, ed il suo Yi Quan fu, talora, definito, La Boxe Cinese Efficace, in evidente contrapposizione con gli altri sistemi di combattimento.
Wang Xian Zhai affermava che, nel passato, soltanto un uomo aveva creato un’arte marziale paragonabile alla sua: Dong Hai Chuan. Stimava quest’ultimo come uno tra più grandi combattenti del passato, mentre definiva la sua disciplina così profonda da poter essere padroneggiata soltanto da pochissimi esperti.
Il maestro Wang esortava, inoltre, i praticanti di baguazhang a concentrarsi sul metodo proposto dal fondatore dello stile, basato sul primo e sul secondo Cambio di Palmo, e ad abbandonare le pratiche aggiunte, più tardi, dagli altri esponenti della scuola. Queste ultime comprendevano un gran numero di calci (fino a settantadue diversi), di colpi con gli arti superiori (i sessantaquattro attacchi con il palmo aperto) e di esercizi nei quali si mimava il combattimento (le “forme”, o taolu, che, in molti stili di baguazhang sono numerosissime ed estremamente complesse).

 

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PERCHÉ LA SEMPLICITÀ STA ALLA BASE DELL'EFFICACIA

Personalmente, seguo il consiglio del maestro Wang. Nella mia scuola s’insiste, quasi esclusivamente, sul Cambio di Palmo Singolo, sulle pratiche bioenergetiche, sul toushou, che alcuni chiamano anche tuishou, che consiste in un confronto libero a velocità estremamente ridotta, per sviluppare il senso del contatto con l’avversario e delle opportunità offerte dalle diverse situazioni, e, naturalmente, sul combattimento.
Tuttavia, chiunque sia stato presente alle mie lezioni potrebbe obiettare che i miei allievi eseguono anche dei Taolu, come Ba Gua Long Xing Zhang, Zhuan Zhang Ba Shi o Lao Ba Zhang, che tutto sono fuorchè semplici.
Questa scelta è stata necessaria.
La conoscenza di qualche forma, spesso, diventa opportuna per convincere gli scettici della propria reale conoscenza d’uno stile, tanto più che, per molti, praticare le arti marziali significa dimostrarsi abili nello scimmiottare, alla perfezione, quel che facevano gli antichi.
Inoltre, il combattimento con le ombre del baguazhang è un esercizio di sorprendente bellezza, ciò che lo rende particolarmente adatto alle dimostrazioni. Infine, sapere, per esempio, in che modo Yin Fu si serviva delle dita per nuocere agli avversari può tornare utile a chi voglia, sulla base di ciò, sviluppare un suo proprio metodo d'attacco.
La presenza dei taolu nella mia scuola non è determinata che dai motivi esposti.
Il combattimento è una cosa troppo seria per potervicisi addestrare attraverso delle plastiche danze acrobatiche.
Dong Hai Chuan, Guo Yunshen, Wang Xian Zhai, e, più tardi, Bruce Lee, hanno creato un quadro delle arti marziali completamente diverso da quello al quale siamo abituati.

 

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TRADIZIONE, SPECULAZIONI E FOLCLORE

E allora, tutti quei colpi e contro-colpi proposti dalle così dette "scuole tradizionali"?
Non sono realistici. E nemmeno si tratta d'insegnamenti tradizionali. Nel passato, quasi tutti i grandi maestri delle varie arti marziali hanno insistito sul fatto che, per affrontare una situazione critica, l'apprendimento mnemonico di movimenti complessi risulta perfettamente inutile.
Il cervello non è in grado di programmare una combinazione sequenziale d'azioni difensive ed offensive. Perchè, dunque, la maggioranza dei maestri basa il suo insegnamento proprio sulle tecniche? È un problema ch'esiste da sempre. Il pubblico è attratto dalla logica.
Se l'avversario attaccasse in questo tal modo, quale sarebbe il sistema più proficuo per contrastarlo?
Ecco, allora, che compaiono le tecniche: comportamenti perfettamente ragionevoli e adatti alle più svariate situazioni.
Peccato che le circostanze in cui ci si possa venire a trovare, in una condizione di pericolo, siano infinite! Occorrerebbe imparare a memoria milioni di tecniche, ciascuna specifica per una determinata esigenza; bisognerebbe, poi, allenarsi, quotidianamente, in esse, rendendone l'esecuzione automatica; infine, durante una colluttazione, bisognerebbe riconoscere, immediatamente, il comportamento dell'avversario al quale corrisponde una particolare risposta motoria difensiva, ed attuare, infine, quest'ultima.
Abbastanza improbabile, no?
C'รจ anche una seconda ragione: bisogna fare i conti con il senso estetico del combattimento. Le persone vogliono sembrare forti ed invincibili. Sono, dunque, attratte da quelle discipline che insistono su pose ed atteggiamenti aggressivi, e sull'acquisizione di facoltà non comuni, dal compiere salti mortali al servirsi di ridicole pratiche occulte.
Infine, bisogna tener conto del fatto che, per i cinesi, la conservazione delle loro radici culturali riveste un'importanza enorme. Tra il XIX° ed il XX° secolo, la Cina s'è trovata, improvvisamente coinvolta in un drammatico confronto con l'Occidente. La sua millenaria cultura s'è rivelata, d'un tratto, inadeguata ai tempi ed alle circostanze nuove. E se, da un lato, s'è avvertita la necessità di trarre dall'estero gli elementi utili ad un rinnovamento della società e del pensiero, dall'altro s'è cercato di preservare l'identità e l'orgoglio nazionali, mantenendo integri alcuni costumi.
Numerosi di questi, come, appunto, la pratica delle arti marziali, sono stati, addirittura esportati all'estero e proposti agli stranieri. Con il vincolo, tuttavia, che quant'era cinese dovesse rimanere, integralmente, cinese. Questo è, a mio parere, il motivo principale per il quale i maestri hanno tanto insistito, e tanto ancora insistono, sulla "purezza" dei vari stili di Gongfu.
È importante, cioè, che venga mantenuta la continuità storica e culturale con la Cina. Ciò è assolutamente legittimo e doveroso. L'errore sta nel fatto che questa continuità non riguarda le idee, ma solo gli aspetti esteriori, le formalità.
Le scuole non utilizzano più gl'insegnamenti del passato per evolversi sulla loro base: si limitano a conservarli, riproducendoli in modo maniacale.
È una situazione simile a quella che si verificò in Europa nel corso del Medioevo: i monaci copiavano montagne di libri antichi senza capirli, senza metterne in pratica i contenuti, senza dare, dopo tanta lettura e scrittura, un contributo personale al sapere.
Questa non è tradizione.
Fu Zhensong, il fondatore della scuola di baguazhang da me, prevalentemente, seguita, studiò presso diversi maestri, Jia Qishan, Sun Lutang, Ma Gui, ed apprese il Palmo degli Otto Trigrammi nelle sue differenti versioni; si dedicò al Taijiquan della famiglia Chen e di quella Yang; perfezionò l'uso delle armi frequentando il generale Li Jinlin; assimilò, non si sa bene da dove, il "Pugilato del Leopardo" e chissà quali altri sistemi "esterni"...E, poi, creò. Fuse le sue conoscenze del baguazhang nella Forma del Drago e nel Ba Gua Long Xing Zhang Tuishou; ideò, sulla base dello stile Yang, il Fu Shi Taijiquan; elaborò il metodo di scherma con la spada Wudang Feilong Jian.
Oggi, nell'ambiente del Wushu, si parla di una vera e propria "scuola Fu". Scuola, peraltro, che sta continuando la propria evoluzione: Fu Yonghui, figlio del fondatore, sintetizzò gl'insegnamenti paterni nella "forma" Si Xiang Quan; Fu Meilan e Fu Meiqin, le nipoti, hanno apportato ulteriori modifiche.

 

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NON "FIORITO" NÉ "FALSO"

In un soggetto che si trova coinvolto in una situazione critica, la percezione del pericolo attiva una particolare formazione nervosa, il Sistema Reticolare Attivante, che ha sede nel Tronco Encefalico. Attraverso una rete di neuroni viene, quindi, stimolato il Talamo, che, a sua volta, invia un segnale alla Corteccia cerebrale.
Quest’ultima si viene a trovare in uno stato che la predispone a valutare con grande attenzione quanto viene percepito dai sensi e ad elaborare delle risposte motorie.
Quando una persona viene affrontata da un’altra, gli organi di senso, e principalmente gli occhi, osservano il comportamento dell’avversario. La Corteccia cerebrale analizza, in seguito, i dati sensoriali, stabilendo se la minaccia è concreta o se, invece, risulta improbabile.
Nel primo caso, diventa importante saper discernere tra un affronto di tipo “rituale” o di tipo “estremo”.
Comunque, alla presenza d’un pericolo, un segnale ormonale raggiunge un’altra formazione del Cervello, il Sistema Limbico, che viene attivato. A questo punto si produce una reazione, psichica prima e, poi, fisica, da parte del soggetto.
Quest’ultimo può affrontare la situazione in cui si trova coinvolto in modo razionale od in modo istintivo.
Se opta per una soluzione ragionata, vengono nuovamente coinvolte le aree corticali del Cervello, e l’individuo inizia a riflettere, valutando il rapporto rischio-beneficio implicito nell’azione o nella non azione.
Se, invece, la persona s’abbandona ad una reazione istintiva, è il Sistema Limbico a controllarne il comportamento. Possono insorgere paura o collera, che si traducono, quindi, rispettivamente, in un tentativo di fuga o nella paralisi, oppure nella predisposizione all’attacco. Gl’istinti legati alla sopravvivenza si sono sviluppati in milioni di anni, e sono conservati nella porzione del cervello evolutasi per prima (il cosiddetto Cervello Rettiliano).
Le reazioni che insorgono da questa parte dell’Encefalo sono le più idonee ad affrontare un combattimento estremo. Si tratta, infatti, di risposte motorie che si sono evolute per lunghissimo tempo, e che, attraverso la legge della sopravvivenza del più adatto, sono state ampiamente “testate” da tutte le specie animali.
Il Sistema Limbico, che si sviluppò parallelamente all’evoluzione dei Mammiferi e che, nel Cervello umano è sede d’importanti funzioni, non è altrettanto adatto a promuovere un comportamento efficace durante una colluttazione estrema. Questa porzione dell’Encefalo ricerca, infatti, la gratificazione emotiva attraverso il senso estetico del combattimento. Induce l’individuo alla produzione di movimenti belli ma non realistici, attraverso l’elaborazione di atteggiamenti (pose) di minaccia ed esaltazione della propria prestanza fisica. Evidentemente, il Sistema Limbico ha un’importanza primaria nel combattimento ritualizzato.
La Corteccia cerebrale, la parte del Cervello che, rispetto alle altre specie animali, appare particolarmente sviluppata nell’Uomo, è preposta, principalmente, all’analisi ed al ragionamento. Nell’ambito del combattimento, tale porzione dell’Encefalo ricerca soprattutto l’azione tecnica, costruita in base a delle ipotesi (se l’aggressore agisce in tal modo è probabilmente vantaggioso rispondere in tal altra maniera). Si avranno, quindi, delle azioni stilizzate, e, perciò, poco realistiche, inefficienti sia nel combattimento estremo che in quello ritualizzato.
Concludendo, non importa quanto una tecnica sia sofisticata od esteticamente accattivante: durante un combattimento reale risulterà, comunque, inutile.
Gli unici gesti che insorgeranno saranno, inevitabilmente, quelli spontanei.
Gli stili così detti interni mirano a conoscere, attraverso l'allenamento, gli effetti dei diversi stati psichici ed emozionali sui meccanismi che, nel corpo, determinano l'espressione della forza. Non per niente fanno ampio ricorso ad esercizi di respirazione e di visualizzazione, i quali, appunto, sono in grado d'indurre volontarie modifiche nell'orientamento dei pensieri e dei sentimenti.
I gesti servono, invece, a sperimentare la qualità e l'efficienza delle catene cinetiche nel sistema locomotore.
Questo, insieme alla promozione d'un adeguato flusso di Qi, è il loro principale scopo. Non esiste maestro di arti marziali interne che, dai tempi più remoti ad oggi, non abbia insistito sul fatto che, durante una colluttazione reale, i movimenti debbano scaturire in modo spontaneo ed inconscio.
Molti praticanti sono convinti che, automatizzando i gesti da loro utilizzati durante gli allenamenti, diverranno, un giorno, capaci d'eseguirli, "spontaneamente", al momento giusto. Spesso paragonano ciò all'attitudine che si sviluppa nel guidare un'auto: le mani si muovono sulla leva del cambio e sul volante, mentre i piedi agiscono sui pedali dell'acceleratore, del freno e della frizione in modo inconscio.
Proprio come quando, in palestra, si provano e si riprovano, in modo sempre più preciso e veloce, gli attacchi e le difese. Già, ma si dimentica che i gesti d'un autista sono composti ed automatici quando le condizioni della guida sono quelle normali!
Nel bel mezzo d'un incidente il modo d'agire cambia sostanzialmente: diventa convulso, precipitoso ed... istintivo!

 

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LUOGHI COMUNI E FOLCLORE

In Italia, la gente ha un'idea piuttosto stereotipata del Kung Fu. Si aspetta di vedere ordinate classi d'allievi mascherati da cinesi del XIX° secolo, spettacolari acrobazie, maestri severi che ostentano l'aria del saggio... E, spesso, finisce per confondere la tradizione con il folclore.
Talvolta, chi capita nelle palestre in cui si tengono i miei corsi, scambia il baguazhang per un qualche strano sport da combattimento, che, ad alcuni, ricorda la Muay Thai o la Kick Boxing; ad altri pare, invece, che il modo di combattere sia piuttosto simile al Jeet Kune Do. Non me ne dispiace. Stimo, infatti, le prime due discipline per il loro carattere schietto, e la terza per lo spirito di ricerca che ne costituisce l'anima.
Durante gli allenamenti, sia io che i miei allievi indossiamo una tenuta molto pratica: maglietta, calzoni e scarpe da ginnastica. Niente cinture colorate (che, sia detto per inciso, non sono mai state utilizzate nel Kung Fu...tradizionale!) od altre insegne di grado: docenti ed allievi sono uguali, nel loro intento di ricerca, e, comunque, non dev'esserci bisogno di segni esteriori perchè, tra i praticanti, si possano distinguere quelli più abili.
Vi dirò di più: non sottopongo neppure gli allievi a degli esami. E questo per due ragioni. Anzitutto, ciascuna persona possiede caratteristiche psico-fisiche diverse; dunque combatte in modo assolutamente soggettivo; dunque, dev'essere addestrata in modo estremamente personalizzato, se la si vuole condurre ad esprimere, al meglio, le proprie doti.
Dati questi presupposti, diverrebbe impossibile stabilire, attraverso degli esami, un paragone fra quanti sono abili e quanti non lo sono.
E poi, abili in che cosa? Nel ricordare a memoria serie di movimenti sempre più complesse? Nell'eseguire alla perfezione colpi ai quali, nella realtà, non ricorreranno mai? In secondo luogo, ritengo che, se non ci si pone un obiettivo parziale, come quello di conseguire un grado, si tende con più determinazione allo scopo finale: quello di saper combattere.
Forse, per alcuni, ciò non è "tradizionale". Forse quel che sostengo appare, a molti, blasfemo. Può darsi. Ma ricordo che, quando chiesi alla Maestra Siow un qualche riconoscimento scritto per poter diffondere in Italia il baguazhang, lei mi rispose: "Un certificato? Sì, te lo darò. Ma non adesso. Per il momento, voglio che tu torni al tuo Paese, e che insegni ad altri quel che ti ho trasmesso. Devi aver credito grazie a quel che sai fare, e non in virtù di quel che c'è scritto su d'un cartoncino." Il certificato mi fu consegnato soltanto tre anni dopo.
Nel frattempo, per me, aveva perso qualunque significato: insegnavo già il baguazhang in diverse scuole.

 

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GONG FU, PROFICUO LAVORO!

Certi luoghi comuni sono davvero duri a morire. Il pubblico è ancora convinto che gli stili interni siano una cosetta dolce, adatta, tutt'al più, a tenere in forma gli anziani. Per questo, assistendo alle mie lezioni, c'è ancora chi si stupisce degli allenamenti al sacco, ai guanti da passata od ai pao tailandesi, ai quali sottopongo i miei allievi.
Tra gli esperti di arti marziali, l'ignoranza non è meno diffusa. Ricordo un insegnante di Taijiquan che mi prendeva in giro perchè, durante i corsi, facevo compiere agli studenti degli esercizi con i pesi. Ciò, a suo modo di vedere, non rispecchiava i canoni delle discipline interne.
Chissà che avrebbe detto se avesse visto le fotografie del Maestro Fu Zhensong, fondatore del Long Xing baguazhang e, per giunta, esperto di Taijiquan (fu amico del celebre Yang Chenfu), intento ad allenarsi con due pesantissime sfere di pietra!

 

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LA FORZA ESPLOSIVA

Era l'agosto del 1995, e mi trovavo ad Hong Kong L'ottimo cibo cantonese, che, in un elegante Dim Sum (Casa da Tè), stavo gustando, non mitigava per niente la mia frustrazione. Siow Lee Kiow, dalla quale, allora, imparavo il baguazhang, mi stava, palesemente, canzonando: "Sei venuto fin qui per apprendere la difesa personale? Davvero? E come mai, questo? Non ci sono le armi da fuoco al tuo Paese?" La mia maestra rideva, e come se rideva, delle velleità guerriere che mi animavano. "Le Arti Marziali, ormai, servono solo per stare in forma... " mi ammoniva "Cosa potresti fare, a mani nude, contro qualcuno che impugna una pistola?"
Maledizione, pensavo, sono venuto fin qui per niente: ho speso milioni e non ho imparato che una banale forma di ginnastica.
Dunque, le cose stavano proprio come molti "operatori del settore", maestri giapponesi in testa, andavano, da decenni, sostenendo: le arti marziali cinesi non servivano più alla difesa personale; al massimo, potevano costituire un esercizio fisico per i vecchi ed i malati. Bella prospettiva, per me che, da vent'anni, coltivavo la passione per il combattimento!
Non m'interessava imparare dei nuovi Taolu: praticando lo Shaolinquan ed il Choy Lee Fut ne avevo già appresi a centinaia. Non m'importava della storia e della tradizione del Gongfu: i libri disponibili ne trattavano con dovizia di particolari. Ed, infine, non volevo ridurmi ad insegnare una pseudo-terapia di stampo New Age ad un gruppo di signore con disturbi psico-fisici, di nostalgici dei Figli dei Fiori al limite della sanità mentale e di vecchi barbogi alla ricerca dell'esperienza mistica!
Decisi, allora, di continuare, ad oltranza, lo studio del baguazhang. Se questa disciplina stava, come sembrava, per morire, avrei trovato il modo di ridarle vita. Mi sarebbe toccato apprendere altre forme, d'accordo; ma, da esse, mi ripromettevo di trarre l'essenziale per combattere.
La Maestra Siow mi trasmetteva la sua disciplina con passione. Due, tre tecniche al giorno, non di più, neanche a pregarla in ginocchio. Non dava spiegazioni: eseguiva i movimenti e poi mi chiedeva di ripeterli, per ore ed ore, finchè non ero distrutto dalla fatica. Allora mi obbligava a riposare, quantunque io, per non sprecare tempo, fossi disposto a procedere con l'allenamento. Talvolta, s'allontanava, con la scusa di dover telefonare, e mi lasciava da solo, in mezzo al parco di Kowloon, intento a perfezionare un esercizio. Voleva esser sicura che, anche in sua assenza, mi sarei addestrato coscenziosamente.
Spesso, dopo il tramonto, accompagnavo la mia insegnante presso i centri nei quali teneva le lezioni di Qigong. Qui l'aiutavo nell'attività didattica, ed i suoi allievi si divertivano all'idea d'essere guidati da un italiano. Una sera, capitò che uno dei praticanti, un uomo decisamente sovrappeso, sapendo della mia passione per le arti marziali, mi sfidò a sostenere la sua spinta. Sottovalutandolo, mi prestai volentieri all'esperimento.
Fino ad allora, non avevo incontrato, ad Hong Kong, nessuno che potesse rivaleggiare, in forza ed abilità, con il mio secondo insegnante di Gongfu, un italiano. Dunque, non ero affatto preoccupato. Feci male. Lo sconosciuto mi percosse con una violenza inaudita, facendomi vibrare ogni osso, e scagliandomi lontano un paio di metri. Rimasi senza fiato, ed ebbi la sensazione che i miei organi interni fossero stati terribilmente scossi. Dolorante, ma deciso a vendicarmi, chiesi all'uomo di sottoporsi, a sua volta, alla medesima prova. Lo colpii, ma sembrò non accusare alcun dolore. "Questa è solo una spinta," mi disse, senza l'abituale, cortese sorriso della gente locale "mentre quello che ho fatto io è Fa Jing. Chiedi alla Maestra Siow d'insegnartelo."
Da quel momento non ebbi più pace: dovevo, assolutamente, apprendere quel modo spaventoso di scaricare l'energia. Era qualcosa che non avevo visto fare da nessuno, ma di cui, ricordavo, parlavano i libri di Taijiquan. Naturalmente, chiesi alla mia insegnante di trasmettermi la tecnica del Fa Jing, l'"Energia che Scaturisce". "Il baguazhang può essere praticato con diverse finalità..." mi disse, una volta, la Maestra Siow "Io sono un'anziana signora, e, per me, sarebbe disdicevole, oltre che privo di senso, esercitarmi nella lotta. Io m'alleno per conservare la salute, cosa che consiglio anche a te, perchè il corpo, qualunque cosa sceglierai di fare, sarà sempre il tuo principale strumento. Ma tu, a differenza di me, puoi anche combattere."
Qualche anno più tardi, ormai padrone del sistema Fa Jing, andai a trovare un Maestro cinese che lavora a Milano. È un esperto delle principali discipline interne del Wushu, e conosce bene uno degl'insegnanti della mia docente. Ci confrontammo brevemente, e ricevetti da lui una violenta percossa, che raggiungendomi al torace, mi sradicò dal suolo. Era chiaro: anche lui conosceva il segreto del Fa Jing. Tuttavia, m'era parso, il modo in cui aveva espresso la sua forza differiva, in qualche maniera, dal sistema che usavo io.
Gliene chiesi conferma. "Sì.", mi rispose, "Tu sfrutti l'energia secondo il metodo chiamato Ming ("Lampante", "Evidente"), che corrisponde al livello di conoscenza più basso. Vi sono altri sistemi. Devi studiare ancora."

 

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LA CAMMINATA IN CERCHIO DEL BA GUA ZHANG

Fra i principi strategici del baguazhang ve n'è uno di capitale importanza. Esso corrisponde alla "parola chiave" Zou, che, letteralmente, significa "Camminare". Nella maggior parte delle arti marziali, ci si sposta rapidamente, si raggiunge una distanza ottimale dall'avversario, ci si arresta, quindi, nella posizione più stabile consentita dalle circostanze, poi, scattando sugli arti inferiori e ruotando le anche, si scarica un colpo.
In alternativa, si sfrutta il peso del corpo durante la sua traslazione in avanti, sferrando l'attacco mentre i piedi stanno ancora completando il passo (sistema utilizzato nello Xing Yi Quan e nello Yi Quan, ma ripreso anche nella Boxe, ad opera di Jack Dempsey, nella Muhay Thai e nel Wing Chun, e presente in diverse scuole d'armi giapponesi).
Nel baguazhang, diversamente da ogni altra disciplina, eccetto, forse, il Kali filippino e l'Aikido giapponese, si colpisce, si proietta e si realizzano chiavi articolari senza mai smettere di camminare. In tal modo, il corpo del praticante non offre mai un bersaglio fisso all'avversario, e gli attacchi sferrati cambiano continuamente il loro angolo d'incidenza, risultando difficilissimi da prevedere. Una tattica simile offre innegabili vantaggi, ma risulta ostica da padroneggiare senza uno specifico allenamento.
In particolare, occorre apprendere a mantenere costantemente saldo l'appoggio sui piedi, per far sì che i colpi giungano a segno con la debita forza. Inoltre, almeno agl'inizi, risulta piuttosto arduo realizzare la completa indipendenza degli arti superiori, che, per lo più, agiscono sull'avversario, da quelli inferiori, utilizzati, principalmente, per defilarsi. Infine, non è agevole, in assenza d'un addestramento mirato, eseguire dei calci pur senza interrompere la propria marcia.
Per padroneggiare la tattica della camminata in cerchio, dunque, si rende indispensabile un sistema d'allenamento ben preciso.
Andare avanti ed indietro per ore lungo un'ideale circonferenza, stancandosi come muli che spingono una macina, ma senza consapevolezza di quanto si sta facendo, o praticare qualche assurda forma "rara", sperando che la sua conoscenza, chissà come, e chissà perché, induca, improvvisamente, alla comprensione di Zou, non costituiscono esempi d'un corretto addestramento.
Quest'ultimo, come al solito, comprende diversi esercizi fondamentali, che, supportati da numerose prove di valutazione, conducono il praticante, in un periodo relativamente breve, a ricorrere alla camminata in cerchio come ad una strategia, per lui, del tutto naturale.

 

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